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Esprimere il significato di quello che si vuole comunicare, è un problema complesso. L’uomo per farlo, utilizza un sistema complesso, il linguaggio, in cui impiega segni e immagini, che non sono descrittivi in senso stretto, e simboli. Tra i segni troviamo semplici abbreviazioni o successioni d’iniziali, detti acronimi, come UE, ONU, Unicef, Unesco. Altri ci sono familiari: loghi, marchi di fabbrica, insegne, i nomi di prodotti farmaceutici. La loro caratteristica peculiare è quella di non essere simboli, ma solo segni che hanno lo scopo di denotare gli oggetti cui fanno riferimento, cioè di etichettare gli elementi cui si riferiscono, permettendo la loro classificazione in insiemi coerenti, sotto il profilo cognitivo.
Il simbolo ha invece caratteristiche differenti. È una rappresentazione che ha una familiarità nella vita di tutti i giorni, ma che possiede connotati che vanno oltre il suo significato e che racchiudono in sé “… qualcosa di vago, disconosciuto o d’inaccessibile per noi …”, Per citare le parole di Jung.
Infatti, secondo la definizione di Jung: “… una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, <<inconscio>>, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Né si può sperare di definirlo spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali … ” (C.G. Jung. L’uomo e i suoi simboli. TEA edizioni. Milano. 2002).
La distinzione fra segno e simbolo è necessaria per comprendere l’importanza dell’utilizzo di quest’ultimo nella vita di tutti giorni e le conseguenze che questo comporta.
È proprio l’inaccessibilità alla coscienza dei suoi elementi di rappresentazione più profonda, che rende il simbolo, uno strumento che va al di là dello scopo comunicativo, ma che plasma e modella le strutture psichiche più profonde di un individuo, andando a costituire i nodi di quel sistema di credenze e di valori attraverso i quali l’individuo rappresenta il suo mondo inconscio.
L’elaborazione indotta dal simbolo produce la rottura dell’individualismo, permettendo l’accesso a un’area inconscia non più individuale ma collettiva, nella quale la tensione psichica induce l’individuo a produrre esso stesso, simboli che si collocano sotto la soglia della coscienza. In questo senso l’individuo diventa utilizzatore e al contempo produttore di simboli che andranno ad arricchire l’inconscio individuale, in costante confronto con quello collettivo, archivio questo, della produzione simbolica, stratificatasi durante l’evoluzione dell’uomo. È da tale confronto che l’uomo trova riscontro per la definizione del suo Sé, come espressione di quel processo definito “autocoscienza”.
Nella vita di tutti giorni, utilizziamo simboli per comunicare stati inconsci ed elaborazioni inconsce, accedendo a un livello che sta sotto la soglia di coscienza. Il simbolo è quindi una sorta di passepartout che permette di utilizzare il linguaggio, poiché sistema di comunicazione consapevole cosciente, per comunicare ciò che è sotto la soglia di coscienza. Utilizzando il simbolo, impiegando cioè il linguaggio, un individuo trasmette il contenuto della comunicazione su due livelli: uno cosciente e consapevole, che elabora il contenuto digitale della comunicazione, esplicito e di facile decodifica, l’altro inconscio, che elabora il contenuto posto sotto la soglia di coscienza; quest’ultimo è analogico e la cui codifica comporta l’assunzione implicita dei suoi elementi.
Grazie all’utilizzo dei simboli nella comunicazione, possiamo trasmettere le nostre elaborazioni inconsce e gli stati del nostro mondo inconscio, condividendoli con gli altri perché creatori di ciò che viviamo.

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