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In questi giorni è possibile assistere a disquisizioni, a vario titolo e livelli sul concetto di buona scuola, snocciolando numeri, manifestando per la tutela d’interessi di parte e collettivi, sostenendo tesi che sembrano avere tutte il sostegno di una qualche forma di ragione.
Osservando i protagonisti di questi interessanti dibattiti e ascoltando le parole dei loro protagonisti, rimane, alla fine, quel retrogusto dal sapore metallico e amaro che si sente quando si prova la sensazione di non riuscire a comprendere cosa stia accadendo, quando si sente che si stia sfuggendo qualcosa d’importante.
Pensieri semplici e banali si affacciano alla mente. Se esiste una buona scuola, esisterà una cattiva scuola. Poiché la scuola è fatta dalle persone, una buona scuola sarà tale perché avrà dei buoni maestri. Una cattiva scuola, di conseguenza, sarà l’espressione di cattivi maestri.
A questo punto nasce spontanea una domanda, almeno in chi osserva le cose dal basso della sua esperienza quotidiana: ma che significa buona scuola e chi sono i buoni maestri?
All’estero, i ragazzi decidono del loro futuro a diciassette anni, anziché a quattordici come si fa in Italia.
All’estero le scuole sono architettonicamente disegnate per facilitare l’apprendimento. Il design delle aule dei banchi, di luoghi che gli studenti devono vivere e studiato in termini economici per facilitare e velocizzare i processi di apprendimento.
Tutto questo sembra semplicemente logico. Come si fa a decidere del proprio futuro a quattordici anni? Un luogo d’apprendimento deve essere organizzato in funzione del processo sulla base del quale le persone si ritrovano, con ruoli diversi, in un luogo che ha il suo senso di esistere proprio in funzione di quel processo che è l’apprendimento.
E cosa dire dei programmi e dei modelli utilizzati per produrre apprendimento?
Apprendere vuol dire produrre cambiamenti e qualunque cambiamento umano presuppone un apprendimento. Ma apprendere cosa?
Si è passati da un modello d’apprendimento che trasmetteva informazioni, a un modello di apprendimento che invece trasmette conoscenze e competenze. Questo passaggio dell’acquisizione delle competenze consente a un individuo di essere consapevole di sé, delle proprie emozioni, dei propri vissuti, permettendogli di essere al mondo con la piena consapevolezza della propria autodeterminazione, definendo il senso di autostima e di auto efficacia che definiscono l’individuo consapevole.
Nella mia esperienza professionale, purtroppo, non ho incontrato molto spesso docenti o presidi che avessero nelle loro conoscenze professionali dei principi base e competenze necessarie per essere educatori. Infatti, essere docenti, vuol dire essere educatori e non si può esserlo senza sapere come funzionano quei sistemi in costante equilibrio dinamico che sono gli esseri umani, per poterli aiutare a evolversi.
A questo punto un’altra domanda scaturisce da questa riflessione: tutto questo è possibile ottenerlo in un sistema fatto non per l’utente finale, cioè gli studenti, ma solo per chi ci lavora dentro, per gli interessi di chi gestisce e mantiene il sistema.
In psicologia un sistema così funzionante è definito autoreferenziale e tale autoreferenzialità ha una configurazione con un nome ben preciso: narcisismo.

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