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Nei paesi del Medio Oriente, gli abitanti vivono da secoli su territori posti su laghi sotterranei di un liquido nero, denso e fluido che ha fatto la loro ricchezza dall’inizio dello scorso secolo. Erano seduti su un tesoro e non lo sapevano.

Ora, lasciando da parte per un momento guerre e sfruttamento che quel liquido ha procurato, negli ultimi tempi mi sono chiesto se per caso anche noi italiani non fossimo seduti su un tesoro e non lo sappiamo.

Non vorrei lasciare spazio a dubbi e perplessità, o peggio all’idea che noi, come gli Arabi del Medio Oriente, galleggiamo sul petrolio e quindi vai con l’idea di aprire le danze per chi vuole trasformare questa terra dolce e preziosa in una copia di quel famoso formaggio d’oltralpe con i buchi.

No, sgombro subito il campo da qualunque equivoco o ambiguità: non sto parlando di petrolio o gas metano, non sto incitando all’avvio di campagne di trivellazione per l’apertura di nuovi campi metaniferi o petroliferi nelle campagne del Salento o in una qualunque altra area del Belpaese.

No, penso a un’altra cosa: penso a qualcosa che esiste solo da noi in Italia e che può dare lavoro a miglia di persone, lavoro che non è delocalizzabile, ma il cui prodotto è esportabile, creando flussi economici di ritorno che potrebbero creare una grossa spinta al nostro PIL, nel senso della sua crescita.

Un tesoro su cui siamo seduti da secoli, che è sotto i nostri occhi da tempi immemorabili, ma forse proprio l’assuefazione a tutto questo ci ha fatto perdere il senso del valore di quello che ci circonda: la Cultura. Sì, proprio quella con la “C” maiuscola.

In quale paese c’è la stessa concentrazione di opere d’arte, pittoriche, scultorie, architettoniche, musicali, librarie, che percorrono un intervallo temporale che abbraccia più degli ultimi due millenni?

In nessun paese del Mondo.

Mi vengono in mente Pompei ed Ercolano, due città che un evento catastrofico, l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ci ha consegnato 2000 anni dopo come se il tempo non fosse mai passato, esempio reale di cosa fosse una città Romana dell’epoca.

Ora, in un paese civile, Pompei ed Ercolano sarebbero il fiore all’occhiello dell’intera Nazione. Sarebbero oggetto d’investimenti economici e cure che trasformerebbero i siti in luoghi di culto laico. Produrrebbero guadagni in milioni di Euro e darebbero da lavorare a un’intera regione, considerando anche l’indotto.

Noi invece cosa facciamo: niente, assolutamente niente.

Pompei ed Ercolano stanno crollando, pezzo dopo pezzo e quello che è stato preservato per millenni da una natura matrigna, noi lo stiamo distruggendo immolandolo sull’altare di una presunta e ingorda civiltà.

Immaginate un paese in cui vi sono musei aperti ventiquattro ore su ventiquattro, gratuiti o con costi ribassati perché sono poi i servizi all’interno, ristorazione e merchandising, a produrre il vero guadagno.

Immaginate di poter visitare con percorsi organizzati e opportunamente valorizzati le ville palladiane, del Veneto, o Pompei ed Ercolano che diventano musei a cielo aperto, dove frotte di turisti guardano a bocca aperta quello che i nostri avi sono stati in grado di fare.

Immaginate se vivessimo in un Paese in cui s’investe in cultura, dove s’incoraggia l’apertura di gallerie d’arte, di teatri, di centri per la produzione cinematografica.

L’elenco sarebbe lungo e ricco, ma d’altronde non ho la pretesa di voler assumere la veste del paladino di un ambito di cui non ho la “Cultura” per farlo.

So solo che anche noi viviamo su un tesoro, ma non lo sappiamo, o meglio facciamo di tutto per tenerlo nascosto a noi stessi.

Fare della cultura di un paese la sua ricchezza, vuol dire ragionare in termini strettamente interconnessi tra Cultura e Turismo, la Comunità Europea ha stimato in 130 miliardi di Euro gli introiti che possono derivare dal Turismo, che potrebbero tradursi in 1,3 milioni di posti di lavoro nel settore e a quelli connessi (Norme più flessibili in materia di visti per stimolare la crescita e la creazione di posti di lavoro).

Ma in fondo, cosa pretendiamo da un Paese in cui per anni ai nostri giovani è stato detto che andare a studiare, laurearsi, non serve, che è meglio imparare un mestiere.

Non dimentichiamoci mai che un Ministro della nostra Repubblica, disse, non molto tempo fa, che con la cultura non si mangia.

Vincendo la rabbia che ancora quelle parole suscitano, sarebbe il caso di cominciare a pensare in maniera diversa, per tentare di risolvere gli errori di un recente passato.

Un pensare in cui l’immaginazione è al potere, che crei a un processo di modernizzazione di musei e siti culturali, la promozione del territorio, attraverso rassegne locali nazionali e internazionali, che renda a tutti accessibili tali iniziative. Un pensare il cui scopo è di far crescere un territorio e le persone che lo abitano evitando gli squilibri economici che ci hanno portato alle attuali condizioni.

Per farlo però abbiamo bisogno di abbracciare un’idea che non è proprio nuova, ma guardandoci attorno sembra rivoluzionaria: si può fare.

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